Nel libro “Io non mi lamento”, Bowen ci invita a sospendere il lamento come atto di responsabilità evolutiva. Se osserviamo il potere sottile dei pensieri e delle parole, comprendiamo che ogni volta che ci lamentiamo stiamo inviando un segnale preciso all’Universo, come se formulassimo una richiesta. L’Universo non distingue tra ciò che desideriamo e ciò che rifiutiamo, riconosce soltanto la direzione della nostra attenzione. Parlando continuamente di ciò che non funziona, lo rafforziamo energeticamente, gli diamo forma, densità, presenza, e l’universo risponde amplificando ciò che percepisce come centrale nella nostra vibrazione. Attraverso pensieri, parole e gesti diventiamo emittenti costanti di frequenze che plasmano la nostra realtà. Se dedichiamo tempo, emozione e linguaggio a ciò che ostacola o manca, costruiamo un campo magnetico che attrarrà esperienze simili. La lamentela è un atto creativo inconsapevole che genera esattamente ciò da cui vorremmo allontanarci! Ogni istante in cui ci concentriamo su ciò che non funziona togliamo risorse preziose ai nostri progetti, ai desideri dell’anima, alle direzioni capaci di farci crescere. L’energia segue lo sguardo interiore: se guardiamo il conflitto, alimentiamo il conflitto; se guardiamo la possibilità, rafforziamo la possibilità. Rimanere nel lamento significa mantenere la nostra energia frammentata e dispersa, mentre la nostra essenza ci indicherebbe una rotta diversa. Per questo Bowen lancia una sfida potente e concreta: non lamentarsi per 21 giorni consecutivi, indossando un braccialetto che renda tangibile l’impegno quotidiano. Ogni volta che ci lamentiamo dobbiamo spostare il braccialetto sull’altro polso e ricominciare da zero. Questo gesto semplice crea presenza, ci obbliga a osservare la qualità dei nostri pensieri e del nostro linguaggio e allo stesso tempo ci mostra quanto spesso ci esprimiamo in modo distruttivo. Ciò non significa smettere di parlare di noi o delle difficoltà della vita, ma farlo con una prospettiva costruttiva, orientata alla crescita e non alla ripetizione del problema. È un esercizio di Consapevolezza che trasforma la percezione in creazione. Per capire la differenza basta un esempio: dire “Sono stanco di questo lavoro, è sempre tutto pesante, nessuno riconosce il mio valore e non vedo via d’uscita” è un lamento che rafforza la frustrazione e chiude lo spazio delle soluzioni; dire invece “Questo lavoro mi sta mostrando che ho bisogno di cambiare, sento che merito un ambiente più stimolante e sto iniziando a comprendere il mio valore e a capire quale direzione potrei prendere” mantiene la verità dell’esperienza ma le dà una forma evolutiva, aprendo possibilità invece di chiuderle. La sfida dei 21 giorni ci guida a fare proprio questo, spostare lo sguardo, liberare energia da ciò che ci limita e indirizzarla verso ciò che vogliamo manifestare. Smettere di lamentarsi è un atto di creazione consapevole, un ritorno al nostro potere interiore, un ponte verso ciò che siamo destinati a diventare. Non lamentarsi non è negare la realtà, ma orientarla. Quando sospendiamo il lamento recuperiamo potere mentale ed emotivo prima intrappolato nella reazione, e questo spazio liberato diventa nutrimento per ciò che vogliamo davvero manifestare: relazioni autentiche, intuizioni chiare, evoluzioni interiori. La vita risponde a un campo energetico più pulito e coerente. Così l’Universo può finalmente ascoltare la nostra vera richiesta, non quella nascosta nel malcontento, ma quella che nasce da una presenza consapevole. Smettere di lamentarsi significa tornare co-creatori e lasciare che la nostra energia diventi un ponte verso ciò che desideriamo evolutivamente diventare. Raffaella Menichetti