di Federico Mazzotta
Francesco Petrarca è considerato una delle tre corone del Medioevo, insieme a Dante e a Boccaccio. Nato ad Arezzo nel 1304, vivrà prevalentemente ad Avignone a causa della “cattività avignonese” papale e successivamente in giro per tutto il Nord e Centro Italia scoprendo e traducendo manoscritti di grandi classici latini che ancora oggi noi studiamo.
Caratterizzato da un fortissimo dissidio interiore tra l’amore (profano) per Laura e l’amore (divino) per Dio (il suo Canzoniere o Rerum Vulgarium Fragmenta finirà proprio con una preghiera a Dio segno di una conversione e di una ricerca di “pace” interiore) racconta in una lettera (contenuta nell’Epistolario, un’opera scritta in latino che conta più di 500 lettere) chiamata abitualmente Ascesa al Monte Ventoso (ma il cui vero nome è De Curis propriis, ossia “dei propri affanni”) di un viaggio presso il Mont Ventoux in Provenza (26 aprile 1336) con il fratello Gherardo. La lettera fa parte delle cosiddette lettere Familiares (ossia inviati ai “famigliari” nel senso latino del termine, intendendo così amici, conoscenti o personaggi illustri) ed è indirizzata a Dionigi da Borgo San Sepolcro, frate suo confessore conosciuto ad Avignone che gli ha regalato le Confessioni di Sant’Agostino, sua figura guida tanto da essere il protagonista del Secretum, dove lo porterà, in qualche modo, sulla “retta via” e permetterà a Petrarca di comprendere quanto l’amore per Laura è appunto un amore profano, terreno.
Petrarca racconta di aver scalato il monte dopo vari ripensamenti e che è riuscito a sconfiggere l’accidia (caratteristica predominante nella vita e nella poetica dell’autore) ispirandosi dalla narrazione di Tito Livio sulla salita di Filippo di Macedonia sul monte Emo. Sebbene il viaggio è datato 26 aprile 1336 come abbiamo detto, la lettera è stata probabilmente rielaborata anni dopo, proprio per quel lavoro di revisione e labor limae a cui Petrarca teneva tantissimo.
Durante il viaggio, si nota subito la differenza fra il fratello Gherardo, che prende la via giusta, faticosa ma veloce e che rappresenta allegoricamente la via diretta della virtù e della vita spirituale e che sale speditamente (si è infatti convertito nel 1341 proprio quando Petrarca, invece, viene laureato poeta, ottenendo la gloria letteraria) e Francesco che invece, cerca sentieri più facili, da bravo accidioso, che simboleggiando la sua esitazione e il legame con i piaceri terreni.
Arrivato in cima, Petrarca ammira la vastità del paesaggio, ma subito dopo si volge all’interiorità. Apre a caso le Confessioni di Sant’Agostino e legge il capitolo X, nello specifico un passo che lo invita a non perdersi nella contemplazione delle cose esteriori, ma a rivolgersi all’anima. Questo lo porta a una riflessione profonda su se stesso, sul conflitto tra desiderio terreno e aspirazione spirituale. Petrarca si rende così conto che la vetta non è la vera meta (ossia la gloria letteraria!) ma che esistono cose ben più importanti, riscoprendo così la sua realtà interiore.
La vetta è in fondo allegoria di una falsa meta e quello che, questo grande autore ci vuole lasciare, è proprio una riflessione su ciò che noi bramiamo: ci stiamo davvero dirigendo verso la strada giusta? Fissarsi e guardare solo la vetta, è davvero quello che ci porterà al raggiungimento e alla realizzazione?