Non più soltanto figlio

Negli anni mi sono accorto che alcune delle conversazioni più complesse con i genitori non dipendono tanto dalle parole usate, quanto dalla posizione interiore da cui si parla. Per molto tempo ho dato per scontato di essere quello che chiedeva comprensione e che dall’altra parte ci fosse chi doveva offrirla. Non avevo considerato che, crescendo, quel ruolo potesse trasformarsi.

All’inizio della vita il rapporto è inevitabilmente asimmetrico. I genitori orientano, interpretano e danno significato a esperienze che non sappiamo ancora affrontare. Il loro sguardo contribuisce a formare l’identità e diventa il primo metro con cui impariamo a valutarci. Dentro quel riconoscimento nasce una dipendenza emotiva comprensibile, perché è anche attraverso di esso che impariamo a percepire il nostro valore.

La complessità emerge più tardi, quando si diventa adulti, ma si continua a cercare negli occhi dei genitori una comprensione immediata. Si resta legati all’idea che chi ci ha cresciuti debba sapere chi siamo senza spiegazioni, e ogni esitazione viene letta come distanza emotiva. È lì che il dialogo si irrigidisce, diventando più teso e faticoso.

Col tempo ho compreso che questo meccanismo non parlava solo dei loro limiti, ma anche dei miei. Continuavo ad aspettarmi una comprensione spontanea, invece di riconoscere che alcune esperienze erano nuove per loro tanto quanto erano state complesse per me. Anche i genitori attraversano cambiamenti e si trovano a confrontarsi con realtà che non hanno mai incontrato prima.

Nel rapporto con mio padre questo passaggio è stato evidente. Cresciuto con un’idea tradizionale di cosa significhi essere uomini, aveva immaginato per me un percorso lineare. Il confronto con la mia identità lo ha spinto a mettere in discussione convinzioni profonde. All’inizio ho vissuto la sua difficoltà come una ferita personale. Traducevo automaticamente la sua esitazione come una mancanza.

La svolta è arrivata quando ho smesso di interpretare ogni incertezza come un rifiuto. Ho accettato che per lui fosse un terreno nuovo e che avesse bisogno di tempo per comprenderlo. Da quel momento ho cambiato postura nella relazione. Ho iniziato a raccontarmi con maggiore pazienza e con meno bisogno di difendermi. Non cercavo più risposte immediate, ma un dialogo da costruire passo dopo passo.

Non è stato un percorso lineare. Ci sono stati momenti di chiusura e altri di apertura inattesa. Con il tempo ho imparato a riconoscere ciò che avevo ricevuto e ad accettare ciò che non era stato possibile avere, senza rinunciare a me stesso. Questo ha reso la relazione più adulta e meno dipendente da aspettative implicite.

Anche mio padre ha attraversato un cambiamento attraverso il nostro rapporto. Forse una sola trasformazione significativa, se confrontata con le molte esperienze che io ho vissuto grazie a lui fin dalla nascita. Proprio in questa asimmetria ho colto qualcosa di essenziale: all’inizio si riceve, poi arriva un momento diverso in cui si può cogliere l’occasione per  restituire e condurre a propria volta.

Essere figli non è una condizione immobile. Con il tempo si passa dall’essere guidati al camminare accanto e, in alcuni momenti, al saper indicare una direzione. Non per ribaltare i ruoli, ma per renderli più completi e più maturi. È lì che ho conosciuto una nuova e bellissima fase, che arriva quando si smette di pretendere una comprensione totale e si accetta che anche chi ci ha cresciuti continua a imparare.

Alessandro Abballe

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