Qualche giorno fa ho avuto una lunga conversazione con un amico. Di quelle che partono da un dettaglio, in questo caso, la questione della “comunione dei beni”, e finiscono per toccare temi che non avrei mai pensato di mettere in discussione.
Lui oggi ha 33 anni ed è sposato con la sua fidanzata del liceo. Stanno insieme da sempre, non hanno conosciuto altri partner, non hanno vissuto quella che definiremmo una “vita sentimentale esplorativa”. Io, che ho la stessa età, ma una traiettoria diametralmente opposta, mi sono trovato a riflettere su quanto la nostra esperienza amorosa plasmi non solo il nostro modo di amare, ma anche la nostra idea stessa di chi siamo.
Personalmente posso dire di aver amato più volte. Alcune relazioni sono durate anni, altre meno, ma ognuna ha lasciato un segno tangibile. A ogni incontro ho conosciuto qualcosa di nuovo di me: un limite, una paura, una possibilità. Forse è proprio nei fallimenti dell’amore che impariamo davvero a conoscerci. Mi piace pensare che il mio percorso, pur non avendo ancora trovato un approdo stabile, mi abbia reso una persona più consapevole, più capace di riconoscere cosa voglio e cosa no, più pronta ad amare in modo pieno.
Eppure, mentre lo ascoltavo raccontarsi, qualcosa mi ha attirato. La sua tranquillità aveva un peso che non potevo ignorare. Mi spiegava che con la moglie condividono tutto, anche sul piano economico, gestendo le finanze con un unico fondo comune, segno di una condivisione che per loro non conosce separazioni.
In un primo momento non ho potuto fare a meno di reagire con un certo scetticismo. Gli ho citato amici che, fermi nell’idea che l’equilibrio passi anche dal mantenere un margine di autonomia, usano applicazioni digitali che gli consentono di bilanciare le spese con i loro partner conviventi. Lui ha rabbrividito: “Così diventa un contratto, non una vita di coppia”, mi ha detto.
Inizialmente ho pensato che fosse un’ingenuità, una visione romantica al limite della dipendenza. Ma poi mi ha spiegato meglio. Secondo lui, scegliere di unirsi a qualcuno, e quindi sposarsi, ma nel senso profondo del termine, non è un atto legale né religioso, bensì un atto di fede. Non nel divino, ma nell’altro. È una promessa.
Una promessa che diventa un’ancora nei momenti in cui la vita tende a spingere nella direzione opposta. Quando la stanchezza, la disillusione o il semplice scorrere del tempo erodono l’incanto, quella promessa ricorda che c’è stato un “noi” che ha deciso di resistere. E allora, invece di prendere la via più semplice della fuga, del “passo alla prossima esperienza”, si sceglie di fermarsi, di guardare il problema in faccia, di restare.
In quel momento ho sentito qualcosa smuoversi. Perché in effetti la mia generazione, forse, ha fatto dell’autonomia il proprio idolo, trascurando spesso il valore della fedeltà non solo a una persona, ma a una parola data. E mi sono chiesto se la mia difficoltà a immaginare un amore stabile non dipenda anche da ciò che ho conosciuto crescendo. I suoi genitori, ad esempio, sono ancora sposati. Questo probabilmente ha fatto in modo che in lui l’idea di “durata”, acquisisse una forma concreta. Io, dal canto mio, ho imparato presto che le promesse possono incrinarsi, e forse per questo faccio più fatica a crederci davvero.
Mi sono accorto che, in fondo, la mia esperienza (quella che considero così formativa, ricca di incontri e di conoscenza di sé) trascura un tema fondamentale: la fiducia che qualcosa possa durare non perché è facile, ma perché lo si sceglie ogni giorno, anche quando non lo si sente.
Non credo che una via sia superiore all’altra.
Da un lato, chi ha vissuto relazioni diverse spesso sviluppa un maggior senso di libertà interiore e una conoscenza profonda dei propri bisogni individuali. Dall’altro, chi ha scelto un legame unico, ha costruito un linguaggio a due che resiste al tempo proprio perché non ha dovuto reinventarsi in ogni storia. È come se avessimo seguito due sentieri diversi per arrivare alla stessa domanda: che cosa significa amare davvero?
Forse la risposta sta proprio nella promessa.
Non tanto quella sancita da un rito, ma quella che si rinnova silenziosamente ogni giorno, quando si sceglie di restare, di comprendere, di custodire. Una promessa fatta non solo all’altro, ma a se stessi e cioè alla parte di noi che desidera credere che qualcosa possa essere stabile, duraturo e fedele.
Quella conversazione mi è rimasta dentro. Perché in un’epoca in cui tutto è reversibile, in cui basta un gesto per cancellare un legame, lui ha scelto di credere nella permanenza. Io dal canto mio continuo a cercare, ma con una consapevolezza nuova, e cioè che l’amore, per contare davvero, deve potersi trasformare in una promessa, vale a dire in quel gesto silenzioso che non teme il tempo, né la fatica di restare.
Alessandro Abballe