LA FIABA DI PAVEL, creata e scritta da Paola Mazzarino – PRIMA PARTE

LA FIABA DI PAVEL, creata e scritta da Paola Mazzarino

C’era una volta una giovane ragazza, di nome Pavel, il padre l’aveva chiamata così, perché avrebbe desiderato avere un figlio maschio, e lei, pur di accontentarlo, aveva sempre cercato di mostrarsi come tale, tanto che ormai tutti si erano dimenticati che lei in realtà era una ragazza. Viveva nelle verdi praterie ai bordi di un laghetto argentato nelle cui acque si rispecchiava un castello situato su una collina dalla parte opposta delle sue rive. Sapeva che quel castello era appartenuto ai suoi antenati, e che adesso era abitato dagli eredi di uno di essi, e che non si sapeva bene perché la sua famiglia ne fosse rimasta esclusa. Non c’era più nessuno che potesse raccontarglielo, e se ne era persa memoria.

Un giorno passeggiando lungo le rive, vide riflessi dei bellissimi fiori rossi che ondeggiavano al vento, non ci aveva mai fatto caso. Uno prese inaspettatamente a parlare: “Pavel, nel castello c’è qualcosa di prezioso che ti appartiene, da un tempo infinito, devi andare a riprendertelo, prima che venga distrutto o reso inutilizzabile” la ragazza era veramente stupita che quel fiore conoscesse il suo nome, forse lo spirito di qualche suo antenato si era incarnato in esso?  – “so bene che un giorno dovrei decidermi, ma vedi caro fiore, le acque del lago sono così buie e profonde, tanto da sembrarmi minacciose” – “ma tu possiedi l’armatura di un guerriero, non dire sciocchezze!” replicò il fiore. Pavel rimase dubbiosa a riflettere, mentre gli altri fiori rossi, come in un eco, ripetevano – “…non dire sciocchezze, non dire sciocchezze, non dire sciocchezze…”.

 Pavel si allontanò di corsa, per non sentire più quella fastidiosa litania che non le consentiva neanche di riflettere; arrivò alla sua piccola casetta e andò subito nella soffitta a cercare la sua vecchia armatura, regalo che le lasciò, quando era solo una fanciulla, il suo amato nonno, prima di morire. Ricordava ancora le sue parole in punto di morte – “Pavel, questa armatura ora è tua, un giorno dovrai andare a riprenderti ciò che ci è appartenuto…” sul momento non aveva capito le parole del nonno, pensava che forse avrebbe dovuto liberare qualche Principessa chiusa nella torre, come nella fiaba di Raperonzolo? ma ora che ci pensava, non ci sarebbe voluto un principe vero per questo? Lei era solo una ragazza travestita da maschio, sicuramente anche il nonno non se ne era rammentato più. Quindi archiviò il tutto, pensando che era una cosa che non le competeva, senza in realtà sapere veramente di cosa si trattasse. Diede una seconda occhiata distratta all’inerme armatura e poi tornò giù nella cucina per prepararsi qualcosa da mangiare sul fuoco. La legna scarseggiava e le provviste erano quasi finite; il lavoro era poco ultimamente, e lei cominciava a preoccuparsene, nonostante avesse un animo spensierato.

 Il giorno dopo ritornò a passeggiare ai bordi del laghetto dove si rispecchiava l’imponente castello della collina difronte, oggi le sembrava come avvolto in una strana nebbiolina, che lo rendeva ancora più sinistro e misterioso, e se veramente lì ci fosse stato qualcosa di suo che avrebbe potuto sollevarla dalla modesta condizione in cui viveva? Ma figuriamoci, troppo difficile per me questa impresa! E mentre formulava questo pensiero ecco di nuovo quell’assordante litania – “…non dire sciocchezze, non dire sciocchezze, non dire sciocchezze…”, i fiori rossi non smettevano più di ripeterlo…

 Corse ancora a casa, come il giorno prima, la cosa cominciava a farsi seria, e dentro di sé quel fastidio aumentava. Tornò in soffitta a guardare l’armatura con un’aria di sfida, quasi fosse una persona in carne ed ossa, disse – “chi ti credi di essere con quel buffo elmetto e con quello scudo troppo piccolo per…”, ma non riuscì a finire la frase che la spada luccicante le si parò davanti –“chi ti credi di essere tu, piccola ragazza! senza di noi non troverai mai il coraggio di entrare nel castello a riprenderti ciò che ti appartiene!” e in tutto il suo splendore, se ne tornò accanto all’elmetto e allo scudo. Pavel rimase pietrificata, quindi la spada parlante era a conoscenza che lei fosse una femmina, e nonostante ciò la invitava ad indossare quell’improbabile armatura per sfidare il suo destino… Tornò in cucina, come la sera prima, a scaldarsi gli ultimi avanzi nelle braci dell’ultima legna, e poi si addormentò infreddolita e con tanta tristezza nel cuore.  

La svegliarono le prime luci di un’alba rassicurante, come tutte le albe, che sono piene di quelle promesse che nascono insieme alle proprie speranze, rinnovate e rinfrancate dal riposo della notte.  Corse nella prateria a raccogliere frutti, bacche ed ortaggi, e in fin dei conti poteva anche sentirsi contenta così, ma senza accorgersene, arrivò ancora ai margini del laghetto e sentì dal castello arrivare una forte melodia, le sue note erano persino visibili nel cielo, tanto da disegnare delle decorazioni argentee che avviluppavano il castello, quasi chiudendolo sotto una ghiacciata coltre impenetrabile. Cominciò veramente a preoccuparsi, e se la strega dei ghiacci stesse cantando il suo inno di conquista? Allora sarebbe finita per tutti, pietrificati da un ammaliante sirena dei ghiacci…  i fiori rossi ora tacevano stupiti a loro volta.

 Pavel corse verso casa, e poi su direttamente in soffitta, prese l’armatura e l’indossò senza pensarci, non poteva permettere che il castello si eclissasse definitivamente sotto un manto di ghiaccio, prodotto dall’incantesimo della melodia di una strega; non avrebbe mai saputo cosa era ciò che le spettava, di cui il nonno le aveva parlato prima di andarsene; doveva liberare il castello da questo incombente incantesimo. Si tuffò dunque nel lago, nuotando verso la riva opposta, ma un drago che sputava fuoco, come ogni drago che si rispetti, la disarmò in un attimo, la spada rivolta verso il basso sembrava ingovernabile, lo scudo volò da un altro lato, giusto l’elmetto la proteggeva da frecce che le venivano scagliate contro, un po’ a vanvera, non si sa da chi; più che un eroe all’assalto, sembrava un eroe disarticolato che stava affondando sul fondo del lago inesorabilmente…

© Paola Mazzarino

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