Il sensismo leopardiano ne Il Dialogo di un Islandese con la Natura

di Federico Mazzotta

Quando parliamo di sensismo, facciamo riferimento ad una concezione della vita che si è sviluppata durante il periodo dei Lumi (il 1700), periodo caratterizzato dall’esaltazione della razionalità, della tecnologia e della scientificità. Il sensismo però ha origini molto più antiche; è infatti nella filosofia epicurea, ripresa da Lucrezio, che troviamo gli albori di una dottrina ateista, per usare un termine più moderno, in cui la vita è concepito come mera costruzione e decostruzione di materia.

Questa concezione della vita viene ripresa anche da Leopardi nella cosiddetta fase del “pessimismo cosmico”, in cui l’autore, superando la fase antecedente caratterizzata dall’esaltazione degli antichi e dell’uso dell’immaginazione (fase del “pessimismo storico”), si pone l’obiettivo di svelare tutte le illusioni dell’uomo, dimostrando come l’essere umano è stato, è e sarà infelice e a questa infelicità non c’è rimedio. Dopo l’Ultimo Canto di Saffo, che segna lo spartiacque del suo pessimismo, l’autore decide di abbandonare la poesia (il cosiddetto “silenzio poetico”) per dedicarsi alla scrittura delle Operette Morali, racconti in prosa che consistono in dialoghi tra personaggi storici, reali, verosimili, allegorici o immaginari. L’obiettivo dell’opera è proprio quello di, utilizzando il genere del comico (una comicità alta, si intende, vicina all’umorismo di Pirandelliano e lontanissima da quella della Commedia dell’arte), far capire agli uomini la loro vera natura.

L’opera più famosa è il Dialogo di un Islandese con la Natura che racconta di un pastore islandese che ha deciso di lasciare la sua patria a causa delle condizioni di vita avverse. L’Islanda ci viene infatti descritta dallo stesso protagonista come un luogo ostile, freddo e arido, dove è impossibile far nascere la vita, anche a causa di un grande vulcano al centro dell’isola che spazza via quel poco che, duramente, si è riusciti a costruire. Per questa ragione viaggia e, dopo tanto peregrinare, arriva in Africa equatoriale dove incontra una donna mostruosa con cui inizierà a dialogare: il suo volto, infatti, era per metà meraviglioso, per metà terribile. Scoprirà solo in seguito che questa donna è la personificazione della Natura: ne approfitterà così per chiederle il perché ha riservato all’essere umano tanta sofferenza, perché ha creato un Mondo così ostile e che, non avendo scelto lui di nascere, non meritasse di vivere in un ambiente privo di dolore? La risposta che la Natura gli dà è sicuramente sconvolgente: ella infatti si mostra assolutamente indifferente all’essere umano, rimproverando l’islandese per il suo egocentrismo e spiegando come al centro dell’Universo non c’è affatto l’umanità. La Natura spiega all’islandese che tutto, sia gli essere animati che quelli inanimati, vengono costruito e decostruitivi in un eterno ciclo. Compreso il meccanismo sensista dietro a ciò, l’Islandese chiede perciò alla Natura: “ma a chi giova tutto ciò?” e, con quell’ironia accennata precedentemente, la Natura non risponde ma un narratore ci racconta che arrivano nella scena due leoni che sbranano l’Islandese e che, di lì a poco, moriranno anche loro di inerzia. Lo stesso narratore ci racconta che secondo altri, l’Islandese è morto diversamente: durante infatti il dialogo con la Natura, si sarebbe alzato un fortissimo vento di sabbia che in poco tempo lo avrebbe trasformato in una mummia. Ritrovata giorni dopo da alcuni esploratori, sarebbe stata esposta in un museo europeo.

Sebbene questo Dialogo e questa prospettiva cozzino molto con una prospettiva olistica, che supera la prospettiva sensista, possono ancora dirci molto. In questo periodo di guerre, di pandemie e crisi economiche, l’essere umano infatti si sente smarrito, impaurito; è convinto che, in qualche modo, non ha scampo, che ne sta passando molte, troppe. Questa è la stessa forma di egocentrismo che vive l’Islandese: convinto, infatti, che la Natura abbia creato gli uomini affinché potessero dominarla. La realtà è ben oltre questa concezione antropocentrica: l’essere umano, così come tutto il resto che lo circonda, fa parte di un sistema che pone al centro sé stesso e non l’essere umano. Così come lo stesso Leopardi ci spiega nella Ginestra (o Fiore del Deserto), l’essere umano è piccolo e fragile di fronte alla vita, così come lo è la Ginestra, un piccolo ma resiliente fiore, di fronte alla maestosità e alla forza distruttrice del Vesuvio. L’unico potere che l’essere umano ha è la capacità di accettare: l’accettazione infatti ci porta alla luce, alla serenità, alla possibilità di saper fare nostri gli eventi, anche quelli più insidiosi. Sebbene la prospettiva sensista di Leopardi si allontana dal mondo olistico, con tutte le conseguenze della sua personalità tanto sensibile quanto malinconica, in fondo vuole comunicarci anche questa l’importanza di accettare ciò a cui non possiamo porre rimedio.

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