Per secoli, la storia del rapporto tra esseri umani e fauna selvatica è stata raccontata con il linguaggio della predazione e del conflitto. Di fronte a una popolazione di cinghiali in espansione, a un lupo che si avvicina troppo alle greggi, o a un cervide che attraversa una strada, la risposta più frequente è stata l’intervento cruento: l’abbattimento come soluzione rapida, definitiva, quasi una “pulizia” del territorio.
Tuttavia, questa mentalità, basata sulla visione dell’animale come un problema da eliminare, si è dimostrata nel tempo inefficace e insostenibile, sia dal punto di vista ecologico che etico. Nel mondo contemporaneo, siamo chiamati a un
cambiamento radicale di mentalità, abbandonando la visione bellica per abbracciare quella della coesistenza pacifica, guidata da una profonda comprensione delle connessioni che ci legano al territorio. Quando si parla di fauna selvatica, è fondamentale riconoscere che non esiste un problema isolato. Esiste invece un problema di equilibrio ecologico alterato. L’animale non è la causa, ma un indicatore biologico della salute, o della fragilità, dell’ambiente circostante. Un’analisi integrata ci spinge a guardare oltre il singolo individuo, valutando l’impatto di un intero sistema:
l’abbandono delle aree montane, l’espansione urbana, la monocoltura intensiva, la scomparsa dei predatori naturali e la frammentazione degli habitat. Se gli ungulati, ad esempio, proliferano eccessivamente, è a causa di molteplici fattori interconnessi, inclusi un clima che favorisce nascite più frequenti e, non da ultimo, l’eccessiva disponibilità di cibo, spesso fornita involontariamente dall’uomo. Intervenire con l’uccisione senza affrontare queste cause profonde è come trattare la febbre senza curare l’infezione: il sintomo scompare per poco, ma lo squilibrio ritorna con forza. L’intervento letale, oltre a essere moralmente discutibile, è spesso costoso e inefficace nel lungo periodo, dando il via a un ciclo infinito di reazioni. La prevenzione e la coesistenza, al contrario, mirano a modificare i comportamenti umani e a costruire difese basate sulla conoscenza e sul rispetto. Le soluzioni di coesistenza più promettenti sono quelle che agiscono alla radice del conflitto, rendendo la convivenza meno onerosa. Gli agricoltori, spesso i primi a subire danni, devono essere supportati non solo con risarcimenti ex post, ma soprattutto con incentivi per la protezione. L’installazione di recinzioni elettrificate ben mantenute, l’uso di dissuasori olfattivi e l’impiego di cani da guardia per difendere il
bestiame, sono metodi non letali la cui efficacia è riconosciuta a livello internazionale. Per le specie che presentano un eccesso demografico, in contesti specifici, si possono applicare metodi non cruenti come la sterilizzazione controllata e la traslocazione in area a bassa densità, offrendo un controllo numerico graduale che rispetta la struttura sociale degli animali. La coesistenza fiorisce, infine, nella comprensione. E’ essenziale educare i cittadini sui comportamenti corretti da tenere nelle aree naturalistiche, sulla corretta gestione dei rifiuti che altrimenti diventano fonte di attrazione per la fauna e sui rischi stradali. La paura, spesso amplificata dalla disinformazione, può essere convertita in rispetto attraverso la divulgazione scientifica. L’attuazione di una gestione faunistica basata sulla visione d’insieme richiede un coraggio politico che sappia superare le pressioni a breve termine. La tutela della fauna, patrimonio indisponibile dello Stato, deve essere affidata a un sistema di alta competenza tecnica. Questo significa investire nel monitoraggio scientifico, affidando le decisioni strategiche a biologi ed ecologi, le cui scelte si basino unicamente su dati rigorosi e sull’obiettivo della conservazione. L’interesse primario non può più essere il prelievo, ma la salute complessiva dell’ecosistema.
In conclusione, la vera maturità di una società si manifesta nella sua capacità di trovare un modo per convivere con le altre specie. Rinunciare al mezzo più violento in favore della prevenzione, della conoscenza e di un approccio che considera l’animale come parte essenziale del paesaggio non è un passo indietro, ma un balzo in avanti, l’unico in grado di garantire un’armonia duratura tra la civiltà umana e la natura.
Operatrice del benessere Monica Rossi