di Cristiana Galbiati – Professional Counselor e istruttrice di Mindfulness e Autocompassione
È mattina presto, la cucina è silenziosa. Sul fornello la moka sbuffa, diffondendo quel profumo che conosci a memoria. Ti muovi senza pensarci: la tazzina è già lì, lo zucchero scivola nel cucchiaino, la mano si tende. Tutto accade in automatico, come se fosse scritto in un copione invisibile. Ti sei mai accorto che spesso il caffè lo “bevi” ancora prima di assaggiarlo davvero?
Le abitudini sono proprio questo: automatismi che guidano la nostra giornata, piccole strade già tracciate che percorriamo senza rifletterci troppo. Alcune ci sostengono, altre ci complicano la vita.
Quante volte ci siamo detti: “Da lunedì smetto di fumare”, “Inizio la dieta”, “Controllo meno il telefono”? E quante volte, nonostante le buone intenzioni, ci siamo ritrovati al punto di partenza? Il problema non è la nostra forza di volontà, ma il modo in cui funziona la mente. E qui la mindfulness può diventare la nostra alleata più preziosa.
Il ciclo del desiderio: come nasce un’abitudine
Ogni abitudine segue una logica semplice ma potente: desidero → ottengo → ricordo → desidero di nuovo. Il cervello impara per ricompensa: se un gesto porta piacere o sollievo, lo memorizza e lo ripropone automaticamente alla prossima occasione.
Questo schema, chiamato “craving cycle” – il ciclo del desiderio, si rafforza col tempo, come un sentiero nel bosco: più lo percorri, più diventa facile e naturale. Non è una questione morale o di debolezza: è biologia. La consapevolezza non giudica, ma illumina i meccanismi nascosti, e ciò che comprendi puoi iniziare a trasformarlo.
Le quattro facce delle abitudini
Non tutte le abitudini hanno lo stesso volto. Possiamo incontrarle in almeno quattro modalità:
- Volere: il desiderio rivolto al cibo, alcol, fumo, acquisti.
- Distrazione: lo scroll infinito, la tv accesa come sottofondo.
- Avversione: irritazione, giudizio, l’impulso a respingere.
- Fare: l’iper-produttività ansiosa, il bisogno compulsivo di riempire ogni spazio.
Riconoscere a quale famiglia appartiene l’abitudine che ci trascina è già un passo avanti: le rende meno nebulose e più nominabili.
Mindfulness: portare luce negli automatismi
La mindfulness è la capacità di essere presenti, senza giudizio, momento per momento. Applicata alle abitudini significa smettere di agire col pilota automatico e iniziare a osservare.
Un aspetto fondamentale da ricordare è che un pensiero è solo un pensiero, non un fatto. Se ti passa per la mente la frase “un gelato mi farebbe sentire meglio”, puoi riconoscerla per quello che è: un pensiero di volere un gelato. Detta così sembra quasi banale, ma fa una grande differenza. Invece di prenderlo come un ordine da eseguire, lo riconosci come un messaggio della mente: “ah, ecco un pensiero di gelato”. Già questo, spesso, basta a spezzare l’automatismo e a restituirti uno spazio di libertà: puoi decidere se seguire quell’impulso o se scegliere diversamente.
Curiosità e gentilezza: i due alleati del cambiamento
Due qualità possono trasformare il nostro modo di stare con le abitudini: curiosità e gentilezza.
La curiosità ci invita a osservare cosa succede davvero nel corpo e nella mente quando un automatismo si mette in moto. Significa accorgersi, per esempio, di come il corpo reagisce quando un’abitudine si accende: il cuore che accelera, la tensione nelle spalle, la salivazione che aumenta al solo pensiero di un cibo, la mano che si muove da sola verso il telefono. Allo stesso tempo, è notare cosa succede nella mente: il pensiero che si ripete a raffica, l’immagine di sollievo che compare, la storia che ci raccontiamo (“se non lo faccio adesso, starò male”). Questa esplorazione curiosa non giudica, ma raccoglie indizi, come farebbe un ricercatore attento.
La gentilezza è l’altra metà della bussola: ci ricorda che inciampare è normale, che non serve trasformare un momento di debolezza in una condanna. Significa dirsi: “Ho agito d’impulso, va bene così, riproverò ancora”, invece di punirsi.
Non si tratta di combattere le abitudini, ma di ammorbidirle. Sorprendentemente, molti automatismi perdono forza proprio quando smettiamo di giudicarli e iniziamo semplicemente a guardarli con occhi più umani.
Una mini-pratica: mappa il tuo impulso
Quando senti che parte un’abitudine, prova così per 30–60 secondi:
- Nomina il trigger (es. “noia”, “ansia”, “odore”, “ora del giorno”).
- Senti tre sensazioni corporee (es. calore, tensione, irrequietezza).
- Etichetta l’evento mentale (es. “volere”, “resistere”, “distrarmi”).
- Chiediti: cosa accade se non agisco per trenta secondi?
Questo piccolo laboratorio interiore ti fa scoprire che l’urgenza, se non viene nutrita, può perdere forza da sola. È un modo per cambiare la relazione con l’impulso, senza reprimerlo né seguirlo ciecamente.
Piccoli gesti quotidiani che fanno la differenza
Non serve rivoluzionare tutto: basta cominciare da mini-rituali. Alcuni esempi:
- Prima del caffè: tre respiri profondi per sentire l’aroma più intensamente.
- In attesa alla fermata dell’autobus: invece di scrollare il telefono, osserva il cielo, ascolta i suoni, senti i piedi a terra.
- Durante i pasti: non cedere al richiamo del cellulare e ascolta davvero chi ti siede accanto.
- Svolgendo le faccende di casa: trasforma il gesto in un atto consapevole, percependo i movimenti delle mani, il contatto con gli oggetti, il ritmo del corpo.
La mindfulness non chiede di rinunciare alla vita, ma di viverla pienamente, anche nei suoi dettagli apparentemente banali.
I quattro bisogni che sabotano il cambiamento
Molti automatismi nascono come risposta a bisogni ignorati. Ce ne sono quattro da monitorare:
- Fame: quando il corpo è in deficit energetico, qualsiasi snack sembra irresistibile.
- Rabbia o ansia: emozioni forti che spingono a compensare con gesti impulsivi.
- Solitudine: il vuoto relazionale che cerchiamo di riempire con cibo, schermi o fumo.
- Fatica: la stanchezza che ci porta verso scorciatoie veloci.
Fare un “check-in” quotidiano su questi bisogni aiuta a capire perché un’abitudine scatta e a intervenire prima che lo faccia.
Gli ostacoli più comuni (e come affrontarli)
- La fretta: “Non ho tempo per fermarmi”. In realtà bastano pochi secondi: tre respiri consapevoli ci stanno sempre, anche in mezzo al traffico o davanti a una mail urgente.
- Il perfezionismo: “Se non ci riesco sempre, allora non vale la pena provarci”. In realtà è proprio l’opposto: ogni volta che riprendi, stai rafforzando un muscolo interiore. La mindfulness non chiede impeccabilità, ma continuità paziente e gentile, passo dopo passo.
- Le ricadute: capitano a tutti. Il punto non è non cadere mai, ma imparare a rialzarsi senza giudizio. Ad esempio, se stai cercando di ridurre alcolici o spuntini fuori pasto, un aperitivo improvvisato con gli amici potrebbe sembrare una deviazione dal percorso. Ma, se lo vivi con consapevolezza, può diventare un’opportunità: gustare lentamente un bicchiere di vino, apprezzare il sapore di uno stuzzichino, notare la gioia di stare insieme.
Altri esempi di ricadute trasformabili:
- Il dolce dopo cena: invece di giudicarti, fermati a gustarlo lentamente, boccone dopo boccone, scoprendo quanta soddisfazione c’è in pochi assaggi consapevoli.
- Lo scroll notturno del telefono: se ti accorgi che ci sei cascato, osserva come ti senti, nota l’impulso, spegni lo schermo con un gesto intenzionale e concediti un respiro profondo prima di dormire.
- La sigaretta “di troppo”: invece di maledirti, nota il bisogno che ti ha spinto a prenderla: stress? solitudine? noia? Questa consapevolezza è già un primo passo verso il cambiamento.
L’effetto contagio delle abitudini consapevoli
Quando una persona porta più presenza nella sua vita, anche gli altri lo percepiscono. Una madre che mangia con calma invita i figli a fare lo stesso. Un collega che spegne il telefono in riunione apre la strada a un incontro più attento. La consapevolezza è contagiosa: ciò che pratichi non resta mai solo per te, ma nutre anche chi ti circonda.
Il patto con gli altri
Un piccolo segreto per rendere più stabile il cambiamento è condividerlo con due o tre persone fidate. Dichiarare un impegno, anche in modo semplice come “sto lavorando sul ridurre le sigarette” crea un sostegno implicito. Non è per avere giudici esterni, ma compagni di viaggio che ci ricordino, con delicatezza, la direzione scelta.
Conclusione: il respiro alla porta di casa
Immagina di rientrare a casa dopo una giornata faticosa. Sei davanti alla porta, il cuore batte veloce, la mente corre ancora agli impegni. Istintivamente stai per suonare o aprire in fretta, ma ti fermi un istante. Inspiri. Espiri. Ancora una volta. E quando entri, lo fai con un’energia diversa, più calma e centrata.
Questo è il potere della mindfulness: non pretende di stravolgere la tua vita dall’oggi al domani, ma ti invita a trasformare piccoli momenti quotidiani in occasioni di presenza. Non servono rivoluzioni: bastano passi gentili, un gesto alla volta. Ogni respiro può essere l’inizio di una nuova abitudine.
Vuoi trasformare le tue abitudini?
Ti riconosci nel vivere in “pilota automatico”, ripetendo gesti che non ti nutrono davvero?
Ti capita di prometterti cambiamenti che poi si sciolgono in pochi giorni?
Oppure senti che alcune abitudini ti tengono bloccato e vorresti imparare a scioglierle con più presenza e libertà?
Se queste domande ti parlano, puoi trovare sostegno in un percorso dedicato.
Con Ethicare proponiamo anche incontri di counseling e mindfulness per imparare a osservare gli automatismi, coltivare nuove abitudini e vivere con più consapevolezza.
I percorsi sono guidati da me, Cristiana Galbiati, counselor e insegnante di mindfulness, e pensati per accompagnarti con delicatezza e concretezza verso uno stile di vita più autentico e gentile con te stesso.
📩 Contattaci per ricevere informazioni o prenotare un primo incontro.
Foto di Jens Lelie su Unsplash
Fonti
- Judson Brewer, Il cervello affamato. Come liberarci dalle cattive abitudini con la mindfulness, Mondadori, 2018
- Charles Duhigg, Il potere delle abitudini. Come si formano, quanto ci condizionano, come cambiarle, TEA, 2014