Viaggio tra gli enti
- Ethicare
- 17 mag
- Tempo di lettura: 2 min
Abito a pochi chilometri da una pineta che oggi non è più come un tempo. È stata defraudata,
bruciata, divorata lentamente da una cocciniglia infestante, mentre intorno cresceva soltanto
l’indifferenza. Nessuno sembra essersi davvero accorto del patrimonio immenso che è andato
perduto. Eppure quella foresta non era soltanto un insieme di alberi, ma un organismo vivente, un
luogo di memoria, di respiro e di guarigione. Quando una pineta muore, non perdiamo solo
ossigeno, certo è un polmone verde, filtra l’aria, trattiene il calore, protegge il suolo, ospita animali
e insetti, custodisce la biodiversità. Ma il suo valore più profondo è invisibile agli occhi di chi
guardando vede solo un luogo da picnic. Una foresta custodisce il benessere interiore dell’uomo. È
uno spazio sacro dove il rumore del mondo si attenua e l’Anima ritrova pace. Camminare tra gli
alberi significa entrare in una dimensione antica. I tronchi raccontano il tempo meglio di qualsiasi
libro, il vento sussurra tra i rami una lingua che abbiamo dimenticato, la Luce che filtra tra gli aghi
dei pini ha il potere di rallentare i pensieri e lenire le ferite invisibili. E' una Verità senza tempo che
oggi perfino la scienza riconosce. Le foreste riducono lo stress, migliorano il respiro, abbassano
l’ansia, guariscono i cuori, aiutano il corpo e la mente a ritrovare equilibrio. Eppure abbiamo
lasciato che tutto questo venisse distrutto. Prima il fuoco, poi i parassiti, infine l’abbandono. Gli
alberi sono caduti uno dopo l’altro nel silenzio generale. E viene da chiedersi: possibile che nessuno
senta le urla di dolore degli alberi abbattuti? Possibile che nessuno veda le lacrime di quei vecchi
tronchi avvizziti, rimasti come monumenti di una tragedia ignorata? Forse abbiamo smesso di
considerare la natura come parte di noi stessi. La trattiamo come uno sfondo, un bene accessorio, lo
sfondo di un selfie che rende tutto più istagrammabile, qualcosa che esiste per essere sfruttato e può
essere sostituito. Ma una foresta non si ricostruisce in pochi anni. Servono decenni, a volte secoli,
perché un ecosistema ritrovi il proprio equilibrio. Ogni albero perduto porta via con sé una storia,
un rifugio, un frammento di vita. Le pinete mediterranee, in particolare, sono luoghi fragili e
preziosi. Resistono al vento salmastro, proteggono le coste, offrono ombra e ristoro. Sono paesaggi
dell’Anima, parte integrante della memoria collettiva di chi vive accanto a loro. Distruggerle
significa impoverire non solo l’ambiente, ma anche la nostra identità. Eppure qualcosa si può
ancora fare. Il primo passo è tornare a sentire. Guardare davvero ciò che abbiamo intorno.
Comprendere che il bosco non è un lusso, ma una necessità vitale. Difendere una foresta significa
difendere la salute fisica, mentale e spirituale di una comunità. La natura continua a parlarci, anche
quando finge di essere silenziosa. Sta a noi decidere se ignorarla ancora oppure ascoltare finalmente
quel grido sommesso che sale dagli alberi feriti.
A cura di Raffaella Menichetti






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