Generazione distanza
- Ethicare
- 1 giu
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Ultimamente mi sono chiesto quando la realtà sociale che viviamo ogni giorno abbia assunto questa piega.
Partecipando a una serata in un locale o svolgendo una qualsiasi attività sociale insieme ad altre persone,ci si rende conto di come le distanze che tendiamo a prendere dagli sconosciuti siano oggi più rigide
rispetto al passato. Ci si guarda, magari anche con interesse, ma poi il più delle volte nessuno compie un passo in quella direzione. Eppure c’è stato un momento in cui la socialità era più aperta.
Nella mia rubrica dei ricordi non ho di certo all’attivo gli anni '80 o '90 (quest’anno batto i 34, una certa freschezza la voglio ancora rivendicare), però ho un’età tale per cui le mie memorie raccolgono almeno
un quindicennio di vita sociale vissuta all'esterno e quindi uno sguardo che può mettere a paragone le dinamiche di due periodi diversi.
Ciò che ha cambiato radicalmente la socialità, ma anche il modo di stare insieme, negli ultimi quindici o vent’anni è senz’altro l’avvento dei social e la relativa evoluzione che questo stesso fenomeno ha affrontato nel tempo, cambiando a sua volta con costanza. Ci sarebbero tante cose da dire su come queste piattaforme abbiano indirizzato le generazioni verso attitudini specifiche e scelte di stile mirate, ma non
è esattamente questo che colgo essere all’origine di quanto osservavo all’inizio.
È un fatto che tutto questo movimento abbia creato una ricerca di validazione che oggi muove le persone anche nei rapporti sociali, spingendo il modo in cui si pongono e influenzando le motivazioni che stanno alla base delle relazioni. C’è però qualcos'altro che, secondo me, nel caso specifico dei rapporti interpersonali amorosi o comunque connessi in qualunque forma alla sfera romantica, ha rivoluzionato in maniera ancor più decisiva le dinamiche che si sviluppano intorno a questa realtà: le app di dating.
Le principali che molti di noi conoscono hanno più o meno l’età dei social ed è in quel momento, tra la fine degli anni '00 e l’inizio degli anni '10, che prendono forma. Tuttavia occorre fare un bel salto in avanti per cominciare a valutare l’effetto che hanno realmente scavato nel loro ambito di azione.
La costante proposizione di alternative e l’irrigidimento dei canoni considerati appetibili hanno creato una generazione sempre meno capace di cogliere sfaccettature e imperfezioni come caratteristiche uniche
e soprattutto sempre meno capace di gestire i rapporti nuovi senza il filtro di uno schermo (perché dal vivo non ti parlo, ma poi in chat scrivo).
Possiamo definirci pertanto una generazione perduta dal punto di vista relazionale.
Non è mia intenzione estremizzare, ma vivendo i nostri giorni con uno spazio ancora ampio riservato alla vita sociale mi rendo conto di essere a mia volta figlio di certi meccanismi e di aver perso la sensibilità
di identificarli come il risultato di una precisa catena di fattori e fenomeni. Tendiamo ormai a viverli come automatismi, come principi naturali dell’attualità.
È scoraggiante rilevare una realtà nella quale siamo ormai tutti presi dall’ego e dalla ricerca di validazione, piuttosto che dalla genuina volontà di creare rapporti veri. Abbiamo perso di vista il focus delle interazioni sociali, confusi da dinamiche che ormai hanno preso il sopravvento, lasciandoci girare in un continuum
di insoddisfazione
Purtroppo storicamente, quando l’ingegno umano è stato in grado di produrre uno strumento con il potenziale di semplificare la vita della comunità, la massa ha spesso finito per trasformarlo in qualcosa di distante dalla predisposizione di valore aggiunto che gli era stata conferita all’origine.In questo caso la perdita dell’istintività, della capacità di socializzare, ma anche della sfrontatezza e del
coraggio, ha lasciato le persone che oggi navigano in questo mare sprovviste di uno strumento bellissimo, concesso anche questo a suo tempo dall’evoluzione. Perché alla base dei rapporti umani c’è qualcosa che
per natura deve restare imperfetto, genuino e inevitabilmente colorato.
Forse la chiave non è rinunciare a qualcosa che il progresso ci ha donato, quanto prendere consapevolezza
dell’impatto che ha avuto in qualche decennio di attività sulla nostra psiche. Conservare ciò che ci aiuta, ma abbandonare ciò che ci porta fuoristrada e tentare di recuperare le nostre predisposizioni naturali.
Alessandro Abballe





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