La luce oltre la rabbia
- Ethicare
- 3 lug
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Mi capita spesso di osservare come alcune persone, dopo essere state profondamente ferite, continuino
a vivere nel proprio rancore. Non perché manchi loro la possibilità di andare avanti, ma perché, talvolta,
il dolore finisce per diventare una presenza familiare, quasi un rifugio. Lasciarlo andare sembra allora un
tradimento nei confronti di ciò che si è vissuto, come se alleggerire quel peso significasse sminuire
l'intensità della sofferenza vissuta.
Ci convinciamo che perdonare significhi dimenticare, che smettere di essere arrabbiati equivalga ad
assolvere chi ci ha feriti e che voltare pagina sia una forma di resa. In realtà il rancore non modifica il
passato, non restituisce ciò che abbiamo perduto e, nella maggior parte dei casi, non ferisce davvero chi
ci ha procurato quel dolore. Finisce invece per logorare silenziosamente chi sceglie, spesso senza
accorgersene, di portarlo con sé. Si insinua nel modo di pensare, altera lo sguardo con cui osserviamo il
mondo e condiziona il modo in cui ci avviciniamo agli altri.
Da quel momento ogni nuova esperienza rischia di essere interpretata attraverso il filtro delle vecchie
delusioni. Si diventa più diffidenti e meno inclini a concedere fiducia. Si iniziano a leggere intenzioni dove
forse ci sono solo fragilità, a prevedere tradimenti dove esistono soltanto possibilità. E così, quasi
impercettibilmente, il peso delle ferite passate viene trasferito nelle relazioni future. Il dolore smette di
appartenere al passato e continua a produrre conseguenze nel presente, non soltanto dentro di noi, ma
anche nelle vite di chi ci sta accanto.
Quello che trovo singolare è che questa condizione venga talvolta interpretata come una forma di forza.
C'è chi guarda con sospetto chi riesce a perdonare, a ricominciare, a non lasciarsi definire dal male
ricevuto, come se la capacità di andare oltre fosse sinonimo di ingenuità o di debolezza. A me è sempre
sembrato esattamente il contrario.
Restare prigionieri della rabbia è, sotto molti aspetti, la scelta più semplice. Non richiede una
trasformazione, non impone di rimettere in discussione se stessi e permette di attribuire al passato la
responsabilità di ciò che siamo diventati. Molto più complesso è interrompere quel meccanismo, accettare
che una ferita ci abbia cambiati senza permetterle di determinarci e decidere che una delusione non avrà
il potere di renderci persone peggiori.
Le persone più forti che abbia incontrato non sono quelle che hanno eretto muri invalicabili intorno a
sé, ma quelle che, pur avendo conosciuto il dolore, hanno scelto di non identificarsi con esso e di non
trasmetterlo agli altri. Hanno compreso che proteggersi a ogni costo può forse evitare nuove ferite, ma
può anche impedire l'arrivo di tutto ciò che di autentico, inatteso e prezioso la vita è ancora in grado di
offrire. Ogni muro costruito per tenere fuori la sofferenza finisce inevitabilmente per ostacolare anche
l'ingresso della bellezza.
Andare avanti non significa dimenticare, né fingere che nulla sia accaduto. Significa riconoscere ciò che
è stato, farne memoria senza diventarne prigionieri e smettere di concedere al passato il diritto di stabilire
chi siamo e chi potremo diventare. Le ferite possono trasformarsi in esperienza, in consapevolezza,
perfino in saggezza, solo se smettono di essere l'unica lente attraverso cui interpretiamo la nostra
esistenza.
La vera vittoria non consiste nell'avere l'ultima parola o nel custodire la rabbia come testimonianza di ciò
che abbiamo subìto. Consiste nel riuscire a spezzare quel circolo vizioso che ci tiene ancorati al dolore e
scegliere di investire le nostre energie in qualcosa di diverso. Relazioni più sane, una serenità più autentica,una maggiore libertà interiore e la possibilità di circondarci di persone capaci di portare luce, invece di
alimentare altra oscurità.
In un tempo in cui la rabbia sembra trovare sempre più spazio e in cui il risentimento viene spesso
legittimato come forma di identità, credo che uno degli atti di forza più grandi sia proprio questo.
Rifiutarsi di diventare il proprio dolore. Avere il coraggio di attraversarlo, comprenderne il significato e
poi lasciarlo alle spalle, perché la nostra storia merita di essere raccontata anche da ciò che siamo riusciti
a costruire dopo la ferita, non soltanto da ciò che l'ha provocata.
Alessandro Abballe




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