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La luce oltre la rabbia

Mi capita spesso di osservare come alcune persone, dopo essere state profondamente ferite, continuino

a vivere nel proprio rancore. Non perché manchi loro la possibilità di andare avanti, ma perché, talvolta,

il dolore finisce per diventare una presenza familiare, quasi un rifugio. Lasciarlo andare sembra allora un

tradimento nei confronti di ciò che si è vissuto, come se alleggerire quel peso significasse sminuire

l'intensità della sofferenza vissuta.

Ci convinciamo che perdonare significhi dimenticare, che smettere di essere arrabbiati equivalga ad

assolvere chi ci ha feriti e che voltare pagina sia una forma di resa. In realtà il rancore non modifica il

passato, non restituisce ciò che abbiamo perduto e, nella maggior parte dei casi, non ferisce davvero chi

ci ha procurato quel dolore. Finisce invece per logorare silenziosamente chi sceglie, spesso senza

accorgersene, di portarlo con sé. Si insinua nel modo di pensare, altera lo sguardo con cui osserviamo il

mondo e condiziona il modo in cui ci avviciniamo agli altri.

Da quel momento ogni nuova esperienza rischia di essere interpretata attraverso il filtro delle vecchie

delusioni. Si diventa più diffidenti e meno inclini a concedere fiducia. Si iniziano a leggere intenzioni dove

forse ci sono solo fragilità, a prevedere tradimenti dove esistono soltanto possibilità. E così, quasi

impercettibilmente, il peso delle ferite passate viene trasferito nelle relazioni future. Il dolore smette di

appartenere al passato e continua a produrre conseguenze nel presente, non soltanto dentro di noi, ma

anche nelle vite di chi ci sta accanto.

Quello che trovo singolare è che questa condizione venga talvolta interpretata come una forma di forza.

C'è chi guarda con sospetto chi riesce a perdonare, a ricominciare, a non lasciarsi definire dal male

ricevuto, come se la capacità di andare oltre fosse sinonimo di ingenuità o di debolezza. A me è sempre

sembrato esattamente il contrario.

Restare prigionieri della rabbia è, sotto molti aspetti, la scelta più semplice. Non richiede una

trasformazione, non impone di rimettere in discussione se stessi e permette di attribuire al passato la

responsabilità di ciò che siamo diventati. Molto più complesso è interrompere quel meccanismo, accettare

che una ferita ci abbia cambiati senza permetterle di determinarci e decidere che una delusione non avrà

il potere di renderci persone peggiori.

Le persone più forti che abbia incontrato non sono quelle che hanno eretto muri invalicabili intorno a

sé, ma quelle che, pur avendo conosciuto il dolore, hanno scelto di non identificarsi con esso e di non

trasmetterlo agli altri. Hanno compreso che proteggersi a ogni costo può forse evitare nuove ferite, ma

può anche impedire l'arrivo di tutto ciò che di autentico, inatteso e prezioso la vita è ancora in grado di

offrire. Ogni muro costruito per tenere fuori la sofferenza finisce inevitabilmente per ostacolare anche

l'ingresso della bellezza.

Andare avanti non significa dimenticare, né fingere che nulla sia accaduto. Significa riconoscere ciò che

è stato, farne memoria senza diventarne prigionieri e smettere di concedere al passato il diritto di stabilire

chi siamo e chi potremo diventare. Le ferite possono trasformarsi in esperienza, in consapevolezza,

perfino in saggezza, solo se smettono di essere l'unica lente attraverso cui interpretiamo la nostra

esistenza.

La vera vittoria non consiste nell'avere l'ultima parola o nel custodire la rabbia come testimonianza di ciò

che abbiamo subìto. Consiste nel riuscire a spezzare quel circolo vizioso che ci tiene ancorati al dolore e

scegliere di investire le nostre energie in qualcosa di diverso. Relazioni più sane, una serenità più autentica,una maggiore libertà interiore e la possibilità di circondarci di persone capaci di portare luce, invece di

alimentare altra oscurità.

In un tempo in cui la rabbia sembra trovare sempre più spazio e in cui il risentimento viene spesso

legittimato come forma di identità, credo che uno degli atti di forza più grandi sia proprio questo.

Rifiutarsi di diventare il proprio dolore. Avere il coraggio di attraversarlo, comprenderne il significato e

poi lasciarlo alle spalle, perché la nostra storia merita di essere raccontata anche da ciò che siamo riusciti

a costruire dopo la ferita, non soltanto da ciò che l'ha provocata.


Alessandro Abballe

 
 
 

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